domenica 29 dicembre 2013

La Quest(ione) Heroquest 25° anniversario





Lo premetto, così chi vuole può smettere subito di leggere e fa pace con se (me) stesso. Questo articolo e palesemente pro-Heroquest 25° anniversario. Ok, l’ho detto, ora non lamentatevi di quello che leggerete in seguito, lo fate a vostro rischio e pericolo.



È da quando ho letto l’annuncio di questa “nuova versione” che seguo le vicende, su ogni sito, blog, forum, di questa vicenda che ormai sembra aver preso toni da saga mitica. Perché lo ammetto, io adoravo Heroquest. Sono uno di quei tanti nostalgici che hanno iniziato il percorso giochi di ruolo/giochi da tavolo grazie proprio a questo gioco e mi sarebbe sempre piaciuto poter riproporre il titolo ad amici che magari, più giovani o meno “scafati” di me, non avessero avuto questa occasione.

“comprati la scatola originale allora!”


Ecco un’obbiezione interessante che ho letto in giro, il nuovo heroquest non è l’heroquest originale, tanto interessante quanto banale. Da poco mi è capitato di scaricare da internet (o mio dio ma è illegale!) una copia di un vecchio libro di Fritz Leiber. Orbene, anche volendo, non sarei riuscito a recuperare il libro originale edito in Italia una ventina di anni fa, perché la casa editrice non lo pubblica più. Nessuno si è mai più interessato di recuperare i diritti, o la casa editrice italiana non li ha mai ceduti, e voilà, un libro in meno nel catalogo delle mie letture, impossibile da recuperare se non per merito di qualche appassionato che ha deciso di donare un po’ del suo tempo e delle sue energie per scansionarlo, trasformarlo con un OCR e metterlo a disposizione di tutti (“delinquente!”).

Io vedo dei punti in comune, e voi? Eppure siamo ancora molto lontani, dato che il nuovo Heroquest, a parte il nome, è ancora più distante dall’Heroquest originale targato MB dei primi anni 90, tanto da non avere gli stessi disegni, la stessa grafica, le stesse miniature, e avere un regolamento solo ispirato al vecchio gioco.

 

Voglio dire, sembra quasi un’operazione tipo Marca dell’Est per quanto riguarda il gioco di ruolo. Un momento, ma la MdE esiste, è ha una bella schiera di fan, eppure non è D&D, non ha la stessa grafica, non ha lo stesso design, non ha nemmeno lo stesso regolamento, o meglio è per il 90% D&D ma ha qualche differenza qua e la, eppure non è scoppiato tutto questo casino… perché? Forse perché non si chiama D&D 25° edizione. Davvero quel nome avrebbe avuto così importanza, davvero quel nome HA così importanza?

 

O forse per molti l’importante era giocare a D&D, poco importa che non fosse proprio il D&D degli anni ’80, quello 100% originale, che la scatola non fosse proprio rossa (ma ha comunque un guerriero che sfida un drago in copertina) che magari dentro non ci fosse il modulo X1. I giocatori volevano principalmente giocare a quel gioco, e non gli si poteva chiedere di andarsi a recuperare la scatola rossa (non credo neanche che nel mondo dell’usato ce ne siano abbastanza per tutti), ne si poteva chiedere alla TSR/Wizard/Hasbro di rimettere in commercio quella scatola, (si ok ci sono le edizioni anniversario con prezzi da furto, non ditemi che sono fatte per i fan e non per guadagnarci a bestia sopra).

Ci ha pensato una casa editrice spagnola, sempre loro, il male dell’editoria incarnato, devono averlo nel DNA. È dai tempi della Falomir che hanno questo impulso incotrollato.

 

Concludo con un interessantissimo articolo di Cory Doctorow (consiglio a tutti di leggere di lui il più possibile) che riassume il mio pensiero e “forse molto meglio di me” è in grado di metterlo nero su bianco.


Warhol si rivolta nella tomba

Originariamente pubblicato su The Guardian, 13 novembre 2007.

L’eccellente programma della Pop Art Portraits, l’attuale mostra della National Portrait Gallery di Londra, ha molto da raccontare sui quadri appesi ai muri e i diversi materiali utilizzati dagli artisti per produrre le loro opere provocatorie.
Apparentemente sembra che abbiano tagliuzzato riviste, copiato fumetti, disegnato personaggi di cartoni famosi come Minnie Mouse, riprodotto copertine della rivista Time, utilizzato ironicamente i cartoni di Charles Atlas, dipinto sopra foto ironiche di James Dean e Elvis Presley, e tutto questo solo nelle prime sette stanze.
Il programma descrive l’esperienza estetica evocata dalle icone di qualsiasi tipo di cultura, trasfigurate grottescamente. Famosi artisti della Pop Art compresi Larry Poons, Robert Rauschenberg e Andy Warhol hanno creato queste immagini fregando i lavori di altri, senza permesso, e trasformandolo in modo da fare dichiarazioni ed evocare emozioni mai espresse dai creatori originali.
Ciò nonostante, il programma non dice una parola sul copyright. Potete biasimare gli autori? Un trattato, su come il copyright e il marchio di fabbrica potrebbero – avrebbero dovuto – ostacolare la creazione di queste opere, potrebbe riempire interi volumi.
Leggendo il programma della mostra, potete solo presumere che il messaggio del curatore sul copyright sia che qualora si tratti di libertà d’espressione, i diritti dei creatori del materiale originale passano in secondo piano rispetto a quelli degli artisti della Pop Art.
C’è, in ogni caso, un altro messaggio sul copyright nella National Portrait Gallery: è implicito nel cartello “vietato scattare fotografie” esposto bene in vista in tutte le sale, inclusa l’entrata della mostra dei Pop Art Portraits.
Questi cartelli non intendono proteggere le opere dagli effetti devastanti dei flash delle macchine fotografiche (altrimenti leggereste “vietato scattare foto con flash”). No, il divieto sulle foto è teso a proteggere il copyright delle opere appese ai muri, un fatto che ogni membro dello staff mi ha confermato immediatamente.
Infatti, sembra che ogni centimetro quadrato della National Portrait Gallery sia protetto da qualche tipo di copyright. Non mi era permesso neanche fotografare il cartello di divieto. Un membro dello staff mi ha spiegato che la tipografia e la disposizione dei caratteri dei cartelli sono protetti da copyright.
Se fosse vero, presumibilmente le stesse regole impedirebbero a chiunque di scattare foto in luoghi pubblici, a meno che voi possiate in qualche modo scattare una foto di Leicester Square senza scritte, loghi, facciate architettoniche o immagini. Diversamente dubito che anche Warhol avrebbe potuto restare impunito.
Quindi qual è il messaggio della mostra? È la celebrazione del rimescolamento della cultura, approfittando delle infinite possibilità aperte dall’appropriazione e dal riutilizzo di immagini senza permesso?
Oppure è l’epitaffio sulla lapide dei giorni beati prima che le Nazioni Unite fondassero la WIPO e la mania che ne è seguita di trasformare ogni cosa che può essere sentita e registrata nella proprietà di qualcuno?
Questa mostra – pagata con soldi pubblici, allestita con alcune opere che sono proprietà di istituzioni pubbliche – cerca di ispirarci a diventare artisti della Pop Art del ventunesimo secolo, armati di fotocamere, siti Web e mixer, o intende informarci che la nostra possibilità è sfumata e sarebbe meglio ci accontentassimo di una vita da servi della gleba dell’informazione che non possono neanche utilizzare liberamente ciò che vedono e che sentono?
Forse, solo forse, questa è, in realtà, una mostra dadaista mascherata da Pop Art. Forse il punto è allettarci con la deliziosa ironia di celebrare la violazione del copyright mentre allo stesso tempo prendiamo coscienza che anche il cartello “vietato scattare foto” è una forma di proprietà che non può essere riprodotta senza il permesso: permesso che non otterremo mai.


Personalmente auguro ai ragazzi della Game Zone ogni bene, non perché siano miei amici, non perché lo facciano a scopo di lucro, ma solamente perché hanno dato finalmente voce a 25 anni di sogni di migliaia di persone il tutto il mondo.

A presto!

6 commenti:

  1. Dico solo che se i signori della GZ avessero chiesto il permesso di rifare Heroquest, come altri editori hanno chiesto e ottenuto il permesso di rifare altri giochi ex Hasbro, non sarebbero poi stati costretti a cambiare tutto finalizzando le modifiche al tentativo di sfuggire agli avvocati. Avrebbero potuto invece scegliere cosa cambiare e cosa no, finalizzando le modifiche al miglioramento e allo svecchiamento del gioco. Non sarebbe stato meglio per tutti?

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  2. Non credo che nessun gli avrebbe mai lasciato i permessi, e poi a chi avrebbero dovuto chiederli?, alla MB? alla Hasbro? alla GW? Troppo casino per un molto probabile nulla di fatto. A quelle grosse aziende non è mai importato nulla di Heroquest dopo la sua fine biologica, e mai gliene importerà qualcosa, la dimostrazione sta anche nel fatto che se non fosse stato per la Moon Design, il progetto Kickstarter non sarebbe mai stato sospeso.

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  3. I diritti del gioco sono inequivocabilmente della Hasbro e di nessun altro. La MB è della Hasbro. La GW si accordò per avere i diritti solo sulle miniature e lasciare alla Hasbro la scelta se usare le loro miniature o no. Insomma, l'unico interlocutore a cui rivolgersi è Hasbro, non c'è alcun "troppo casino" con cui confrontarsi.
    E' plausibile che (come tu suggerisci) alla Hasbro non freghi nulla del gioco, ma questo non vuol dire che non possa vendere/concedere i diritti. Ad esempio a febbraio del 2013 ha venduto i diritti di Hotel (un altro grande classico degli anni 80) alla Asmodee. E grazie a questa manovra legittima, oggi la Asmodee vende un Hotel perfettamente riconducibile al grande classico che tutti conoscono., senza necessità di cambiare aspetto o regolamento.

    Anche io trovo nobile celebrare i vecchi giochi, ma questa sembra tutto fuorché una celebrazione...

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  4. Ma l'idea di base non è riproporre il vecchio regolamento, ma quello che si è evoluto in 25 anni di passione dei fan di Heroquest. Per quanto interessante il regolamento originale sarebbe ormai anacronistico.

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  5. Assolutamente d'accordo con te Daniele

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